Non esistono documenti che attestino la fondazione del Castello di Castiglione, ma è assai probabile che si debba collocare nell’opera di incastellamento iniziata dalla metà del X secolo, seguita alla venuta dei franchi di Carlo Magno, anche per difendersi dalle incursioni saracene. é proprio al seguito di Carlo Magno che la famiglia Castiglione, che reggerà per secoli le sorti del castello, discese in in Italia.
Viene attestato per la prima volta nel 1173 nel Catalogus Baronum: l’elenco di tutti i feudatari del Regno di Sicilia, istituito da re Ruggero II d’Altavilla per stabilire un controllo più attento del territorio e dei rapporti vassallatici. È infatti nei primi anni del XII secolo che l’Abruzzo passa sotto il dominio dei normanni: popolo nordico che prediligeva, per le proprie costruzioni, le alture naturali al fine di controllare quanto più possibile le zone circostanti. A tal proposito è verosimile pensare a Castiglione come un insediamento eccezionalmente adatto a tutte queste necessità, posto strategicamente tra la piana di Amiterno e la valle del Salto, ovvero tra il territorio aquilano e quello reatino. Si fa poi menzione della struttura in una bolla di Papa Alessandro III del 1178 con la denominazione di “Castello di Ballo”.
Molte più notizie si hanno del periodo svevo, perché i Castiglione entrarono a far parte a pieno diritto dell’entourage dell’imperatore Federico II: Tolomeo, capitano nella contea di Arezzo e giustiziere prima in Abruzzo e poi in Calabria, fu tra i baroni destinatari della custodia dei prigionieri illustri fatti nella sfolgorante vittoria di Cortenuova sulla Lega Lombarda da Federico II, detenendo in questo castello il milanese Joannem Bellum;
Il figlio Giacomo fu arcivescovo di Reggio Calabria, abilissimo a traghettare la famiglia verso la sponda angioina, vittoriosa sugli svevi a Benevento nel 1266; Intransigenti ghibellini, esercitarono però il massimo del potere con Roberto di Castiglione, fratello di Giacomo, che fu capitano imperiale, vicario imperiale e potestà di importanti città del centro nord. Nel 1240 conquistò per l’imperatore il castello di Cascia. A seguito della riconquista del castello di Rocca Alberici, ribellatosi all’imperatore, fu nominato vicario generale nella Marca Anconetana. Sotto questa carica intraprese spedizioni contro varie città. La più famosa rimane quella contro la città di Ascoli Piceno, per le modalità e gli aspetti cruenti della stessa: dopo oltre un mese di assedio e saccheggio delle campagne circostanti entrò in città con la sua cavalleria saracena mettendola a ferro e fuoco e abbattendo le più di novanta torri che la caratterizzavano, appartenenti alle famiglie dell’aristocrazia guelfa. Di fronte ad una tale furia, alle devastazioni e alle uccisioni, Fermo decise di sottomettersi spontaneamente, e Roberto ne fu nominato potestà. Nel 1245 fu poi potestà di Cremona, dove fece costruire le porte di bronzo e parte del palazzo comunale. Nel 1247, alla testa di un esercito, sconfisse le truppe pontificie presso Osimo.
Anche questo castello, come gli altri castelli tornimpartesi, fu tra i 99 fondatori della città dell’Aquila. Tuttavia i suoi abitanti non mostrarono mai una vera volontà di trasferirvisi. Sappiamo dalle varie piante storiche aquilane che il locale riservato a Castiglione rimase quasi completamente privo di edifici, a parte qualche abitazione e la Chiesa di S. Angelo, peraltro in stato di rudere già nel ‘500 e abbattuta definitivamente dopo il terremoto del 1703. Considerati dagli aquilani “homini ambigui”, i castiglionesi furono puniti dalla città per la loro riluttanza ad abbandonare il castello con la distruzione dello stesso, raccontata anche da Buccio di Ranallo della sua Cronica Aquilana Rimata.
Il castello perse ogni importanza strategica a seguito della definitiva sconfitta degli svevi nella battaglia dei Piani Palentini del 1268, subendo poi con l’assedio la ritorsione angioina per essere stato fedele agli svevi. L’assedio è testimoniato dal ritrovamento nella zona nord-est della rocca, la più debole, di numerosi reperti bellici: punte di freccia, proiettili da catapulta e parti di armatura. Sono inoltre ancora visibili nel terreno i resti di un incendio. I Castiglione abbandonarono a questo punto il castello, trasferendosi nel loro castello di Montagliano, dove sono stati ritrovati dagli archeologi gli stessi piatti in ceramica ritrovati qui, segno questo di una frettolosa fuga.
Affascinante è un documento della Cancelleria Angioina del 1272 che incarica un provveditore di recuperare il “thesaurum castri” di Castiglione, testimonianza del ruolo fondamentale di questo castello persino come “forziere” del partito ghibellino.
Nel 1283 una rivolta nel castello, fomentata probabilmente dai Castiglione che volevano riappropriarsene, sfociò in un nuovo assedio, che lo lasciò distrutto.
Nel 1339 il castello fu venduto agli Orsini, quando già da tempo era cominciato il suo lento declino, tanto che già all’inizio del XIV secolo il territorio di Castiglione risulta accorpato a Tornimparte.
Nel frattempo del castello, in seguito a un lungo periodo di abbandono e distruzione, legata anche ai numerosi terremoti, era rimasto tuttavia ben poco. Nel 1364 Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli, concesse agli aquilani di poter ricostruire rocche e fortificazioni nel contando, cosa che era stata vietata dopo la fondazione dell’Aquila. In questo contesto può essere allora inserita la ricostruzione del castello di Castiglione.
Distrutto nuovamente dai diversi terremoti del ‘400 risulta praticamente abbandonato verso la fine del secolo.
Nel frattempo le valli ai suoi piedi si erano punteggiate di numerosi insediamenti, oggi scomparsi, che vivevano di una fiorente attività di agricoltura e pastorizia: esisteva quasi sicuramente la “villa” di S. Angelo, tant’è che la piana dai bellissimi pascoli da cui comincia la salita a questo colle porta ancora questo nome; i prati di S. Lorenzo, situati qui vicino, vedevano l’esistenza dell’omonimo insediamento; dove oggi sorgono le “casette” che vedete sull’altipiano ai vostri piedi si trovava il paese di Pozzelle, come testimoniato dalla chiesa di S. Maria delle Pozzelle, ancora visibile nella sua volta absidale in alcune vecchie foto, i cui ruderi furono fatti saltare in aria per divertimento dai soldati tedeschi che occupavano Castiglione durante la seconda guerra mondiale.
è proprio guardando verso le “casette” che sareste stati testimoni, se vi foste trovati qui il 27 luglio del 1461, di una scena di quelle che oggi si possono vedere solo nei film: Nella fase di forte contrapposizione tra Aragonesi ed Angioini per il dominio del Regno di Napoli gli aquilani parteggiavano per i secondi. La spedizione aragonese contro L’Aquila, guidata da Federico di Montefeltro duca d’Urbino, entrò in territorio aquilano proprio da questa parte. Alcuni abitanti di Castiglione si precipitarono allora ad avvertire la città:
“tanto nell’Aquila, quanto nel contado, stava ciascuno spensierato degli affari di guerra, badando a’ fatti suoi; ma le genti del Papa, guidate dal Conte di Urbino, coll’assistenza del legato cardinale, erano molto vicine. Vennero poi nella sera de’ 27 di luglio alcuni di Tornimparte alla Camera, e dissero, che il campo era giunto alle pozzelle, nel piano di Castiglioni. La notizia improvvisa non fu creduta; anzi furono scherniti i relatori, cui si disse, che avessero colla morte in quei tormenti supita la pena di poter occasionare commozione, divulgando novelle contrarie al vero, poichè si sapeva di certo di non essere il Conte partito da quello di Cicoli: onde non poteva stare, che fosse pervenuto in quello dell’Aquila. Se ne ripartirono i relatori mal contenti.
La mattina seguente però all’ora di terza si sentirono per contado le campane all’arme, e si videro venire i cavalli nel piano”.
(Anton Ludovico Antinori)
