Purtroppo, per mancanza di documenti certi
, non ci è possibile precisare la data di costruzione della chiesa di San Panfilo. Probabilmente il primo nucleo architettonico risale all’ XI secolo, perché Tornimparte con le sue Ville e Chiese è citato nelle lettere che i papi Alessandro III e Clemente III inviarono a Pagano e Odorisio, vescovi di Forcona, rispettivamente negli anni 1178 e 1188.
L’architettura del sacro edificio mostra le tracce di diversi rifacimenti e di sovrastrutture, ma è fondamentalmente equilibrata e serena, ed il barocco si armonizza con la severità dello stile romanico.
Forse subì gravi danni nel terremoto del 1461, come fa pensare un numero (1471) scolpito su di una grossa pietra incastrata sulla facciata. Esso probabilmente sta ad indicare l’anno di ricostruzione della chiesa.
La facciata, preceduta dal sagrato e da un portichetto con copertura a capanna su grezzi pilastri fatti di conci romani e frammenti di sculture gotiche, ha un piccolo portale principale d’ingresso con elementi romanici, nella cui lunetta è un affresco del Quattrocento con la Madonna in trono col Bambino, in mezzo a due santi vescovi. Gli affreschi sotto il portico esterno risalgono al XIV secolo e le ornamentazioni romaniche nelle cornici degli archivolti del portale, che consistono in foglie disposte a punta di diamante, vengono avvicinate dal Moretti ai motivi dei portali di Santa Maria Assunta ad Atri, attribuiti a Raimondo del Poggio.
Mentre la parte bassa della facciata conserva ancora strutture medievali, la parte superiore ed il campanile appaiono come strutture settecentesche, probabilmente posteriori al terremoto del 1703. Alla stessa epoca dovrebbe appartenere il porticato.
Questa chiesa ha la particolarità di essere a quattro navate: una centrale e tre laterali, poggianti sopra bassi pilastri, che racchiudono le primitive colonne romaniche. Le laterali sono disposte due a destra e una a sinistra della principale. La quarta navata dovette essere aggiunta in un secondo momento, non molto lontano dalla data di costruzione della chiesa.
Le cappelle sono due: quella del Crocifisso e quella della Visitazione. Gli altari, invece, sono sei: uno maggiore e cinque minori. Quello maggiore, in fondo alla navata centrale, è dedicato alla Madonna Addolorata. La navata laterale sinistra ha la cappella del Crocifisso, un altare dedicato a S. Francesco d’Assisi nell’atto di ricevere le sacre stimmate sulla Verna e, in fondo, un altro altare dedicato a S. Panfilo vescovo, principale protettore del paese.
La navata laterale destra ha un solo altare, dedicato alla Natività di Gesù Cristo con un bellissimo affresco di Giannantonio di Rocca di Corno. Nell’altra navata, attigua a questa c’è un altare dedicato al S. Rosario, che racchiude un polittico della Vergine del Rosario: anch’esso è di Giannantonio di Rocca di Corno. Lateralmente sta l’altare dedicato a S. Giuseppe, sposo di Maria SS.ma e la cappella della Visitazione.
L’organo è del 1832, e fu realizzato dall’artigiano Domenico Antonio Martuscelli.
Il 9 aprile di quello stesso anno i confratelli della Congregazione laicale dell’Addolorata iniziarono la costruzione, oltre la navata sinistra, dell’oratorio annesso alla stessa chiesa.
Il 20 maggio 1913 le autorità comunali di Tornimparte fecero redigere un progetto per il restauro di questa chiesa. Purtroppo questi lavori di restauro non furono sufficienti per riparare adeguatamente l’edificio sacro e le sue pregevoli opere artistiche che, per avverse vicende, erano andate deteriorandosi. Già la chiesa, perduta la linea artistica originaria, ebbe a soffrire per costruzioni quali il rivestimento murario delle antiche colonne di pietra, l’addossamento agli altari di pietra di figure di santi e di putti di stucco, ma il colpo più grande le fu dato dal terremoto del 1915 in modo tale da rendere necessarie importanti riparazioni.
Nel 1926 il parroco, D. Berardino Santucci dedicò tutte le sue forze al restauro della sua chiesa parrocchiale e invitò il pittore Cesare Manilla de L’Aquila a compilare due bozzetti concernenti le decorazioni da effettuare dopo i restauri. Il soffitto, che fino ad allora era in legno e mattoni, come quello che precede l’abside, fu sopraelevato perchè la chiesa ricevesse più luce dalle nuove finestre. Il Manilla eseguì le decorazioni che si trovano sul soffitto. Contemporaneamente alla chiesa venne decorato anche l’Oratorio.
La facciata, deturpata da un goffo rosone, fu abbellita da un artista con la figura del santo protettore in finto mosaico e completata e restaurata.
Incendio della chiesa
La notte tra il 5 e 6 ottobre 1958, per un corto circuito causato da scariche elettriche di un furioso temporale, un funesto incendio si sviluppò nella sagrestia della chiesa parrocchiale di S. Panfilo, distruggendo i mobili, gli arredi e gli oggetti sacri in essi contenuti. Anche gli affreschi che decorano l’abside rimasero danneggiati dal calore e dal fumo del rogo. Fortunatamente, appena nove mesi più tardi, gli affreschi di Saturnino Gatti furono rimessi a nuovo.
Arredi sacri di questa chiesa
Tra i vari arredi sacri, questa chiesa possiede una croce processionale in argento sbalzato e dorato. E lavoro di oreficeria abruzzese datato 1605. Misura m. 0,58 x 0,45; nodo altezza m. 0,25. Le braccia hanno il fondo sbalzato a fregi, e terminano con formelle quadrilobate sagomate da una cornice a volute con motivi floreali.
Parte anteriore: al centro il Crocifisso, nelle formelle l’Eterno Padre, la Vergine, S. Giovanni Evangelista e la Maddalena. Nel braccio inferiore si vede uno scudo con lo stemma di Tornimparte e intorno la scritta: D. MARIUS VICENTINUS PREPOS. ECCL. F. ANNO 1605 Mario Vicentini era il preposto di S. Panfilo, che fece realizzare l’opera.
Parte posteriore: al centro S. Panfilo in vesti vescovili, e nelle formelle i quattro Evangelisti. Il nodo è in rame dorato baccellato e fogliato. Manca qualche frammento.
Nella mistica penombra dell’abside, Saturnino Gatti, affrescando le pareti della chiesa, compì uno dei suoi più celebrati capolavori. Li realizzò nel 1495 per incarico dei rappresentanti del popolo di Villagrande e degli amministratori delle rendite della parrocchia di S. Panfilo,
Su, in alto, in mezzo alla volta, sta la rappresentazione del Paradiso. L’Eterno Padre è la figura centrale ed e di forme assai belle ed eleganti. Lo circondano Angeli e Beati, con colori molto ben conservati nelle loro tinte. Nell’arco sovrastante l’altare maggiore sono raffigurati i Profeti che predissero la venuta del Redentore, mentre lateralmente si vede l’Arcangelo Gabriele nell’atto di annunciare alla Vergine la nascita miracolosa del Figlio di Dio. Attorno all’abside, in cinque meravigliosi riquadri, sono riprodotti i cinque momenti particolari della Redenzione: 1) la cattura di Gesù e il bacio di Giuda: 2) la flagellazione; 3) la crocifissione al centro 4) la deposizione dalla croce: 5) la risurrezione del Salvatore. Purtroppo la scena della crocifissione è malridotta per l’usora del tempo e per l’apertura di una finestra, praticata nel 1922, per esigenza di luce. Il disegno, il colorito, la naturalezza delle figure di questo mirabile affresco sono una rarità preziosissima.
Per lungo tempo si è creduto che l’anno di nascita di Saturnino Gatti fosse il 1463 ma lo storico dell’arte Ferdinando Bologna, propone una nuova datazione cha anticipa la data di nascita al 1459 o addirittura al 1457.
Probabilmente l’artista in giovane età, spinto dalla curiosità a seguito delle novità stilistiche che a quell’epoca giunsero a L’Aquila da Firenze grazie ai contatti commerciali, si spostò verso la Toscana. A questo soggiorno si deve il fatto che il suo stile richiama quello toscano del Verrocchio, oltre allo stile umbro del Perugino (che frequentò la bottega del Verrocchio).
Non abbiamo notizie certe sui suoi spostamenti ma sappiamo che Saturnino era di nuovo a L’Aquila nel 1488.
Il 23 maggio 1489 Saturnino riceve da “Dominico Antoni Paulutii de Tornamparte” quarantacinque fiorini per gli affreschi di una cappella nella chiesa di San Panfilo. Il Primo Maggio 1490 Saturnino sottoscrive il contratto per dipingere la stessa cappella di detta chiesa di San Panfilo. Il 19 Aprile del 1491 “in anno Domini 1491, mense aprilis die decimo nono mensis eiusdem, none indictionis” i massari di Tornimparte provvedono a procurare i denari da versare a Saturnino vendendo i pascoli delle “defense” di Villagrande per tre stagioni, per avere i soldi per pagare l’artista per i lavori incominciati. L’ultimo saldo per le pitture di Tornimparte è del 12 Dicembre 1494, e Gatti ha già terminato l’affresco nel Febbraio e sceglie due uomini “ad aprettiandum pictura”: Silvestro da Sulmona e Sebastiano di Cola da Casentino.
L’attuale restauro è frutto dei lavori condotti nel 1972 da Antonio Liberati e Umberto Marini che hanno recuperato quanto possibile le cromie originarie liberando gli affreschi da pesanti interventi della prima metà del Novecento.
Sull’arco trionfale è rappresentata l’Annunciazione. I personaggi, l’Angelo e la Vergine Maria, sono ai lati della vasta veduta della città (oggi lacunosa). Sopra la città c’è la rappresentazione del Prologo in Cielo: il Padre Eterno circondato da un’aureola di Cherubini.
Nella sezione superiore il Dio Padre che benedice con una mano e con l’altra mano sorregge il mondo, ha una fisicità possente ed un’espressione malinconica. Sotto questa imponente figura, ci sono quattro angeli in volo che spargono petali e, inginocchiati in preghiera, Santi a sinistra e Sante a destra.
Tra i due gruppi di Santi altri angeli intenti a suonare strumenti musicali mentre intorno il Gloria in Excelsis Deo, come possiamo leggere chiaramente nel cartiglio.
Forte è il loro richiamo alla pittura di luce e individuata a Firenze negli anni 1440-1460 su Domenico Veneziano e Giovanni di Francesco e i suoi coetanei.
Nel sottarco ci sono profeti con in mano libri o cartigli all’interno di accurate cornici architettoniche.
Il ciclo è fiancheggiato all’inizio e alla fine da due nicchie: a sinistra c’è San Vito rappresentato con due cani, uno bianco e uno nero e mentre i cani sono protetti dalla nicchia, il Santo acquista volume e occupa tutto lo spazio. Dalla parte opposta in una nicchia analoga, Saturnino ha collocato Fra’ Pietro dell’Aquila (detto Scotello, teologo francescano originario di Tornimparte).
Il ciclo è incorniciato dentro uno schema architettonico di un portico marmoreo poggiato su un basamento a specchiature di marmi misti, trabeato da una cornice ornata da girali d’oro sostenuta da paraste con capitelli corinzi.
L’opera è purtroppo danneggiata in varie zone da rifacimenti e lacune gravi, restano: il bacio di Giuda con la Cattura, tracce del Cristo al Pretorio con la Flagellazione e l’Incoronazione di Spine, il Compianto di Cristo con danni soprattutto nello sfondo e la Resurrezione che è la porzione meglio conservata.
Sono andate distrutte: Il paesaggio nella parete sinistra del ciclo, l’Inchiodatura e la Crocifissione che dovevano precedere il compianto di cui è rimasto solo il vano.
Dopo San Vito, partendo dalla prima scena a sinistra del catino absidale, abbiamo la scena della Cattura di Cristo all’interno di un aperto paesaggio. La scena è interrotta da una finestra profondamente strombata, dove sono
collocate le figure di due dottori della chiesa: Girolamo ed Ambrogio sovrastati dal trigramma bernardiniano.
Il Compianto sul Cristo Morto presenta Cristo è con le braccia raccolte ed incrociate sul corpo. Maria e le Pie Donne sono in ginocchio nell’atto di sorreggere e adorare il Cristo, alle loro spalle Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo si uniscono al rito. La figura di Cristo con le braccia al petto, secondo un’iconografia innovativa in quell’epoca nell’area compresa tra Abruzzo, Toscana e Umbria, spicca per una fisicità aspra e scultorea. Nell’ultimo campo del Catino Absidale ha luogo la resurrezione che tocca il punto più alto di tutta la pittura di Saturnino, collegando nella figura del Cristo Risorto, lo stile del Verrocchio a quello del Pollaiuolo. Il punto più alto dell’esperienza pittorica di Saturnino è toccato negli Angeli e nella loro realizzazione impeccabile, vicini alle opere del Verrocchio nella realizzazione pittorica ma anche nella fisicità e nei dettagli.
Saturnino propose in Abruzzo una pittura fatta di tocchi di luce, un colore vibrante, volse una particolare attenzione all’anatomia e al vigore dei corpi, alla resa dei panneggi, alla sofisticatezza dei volti, soprattutto di quelli femminili che troviamo nelle Pie Donne al sepolcro.
